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Girelle di liquirizia: il buon Natale di Isico

Auguri per un buon Natale e un anno tutto nuovo da plasmare ognuno a modo suo.
I nostri auguri speciali quest’anno sono accompagnati da una storia, Girelle di Liquirizia che, mentre ci fa tornare un po’ bambini con le corse in bicicletta e quel ghiacciolo che sgocciola sempre, ci dà la speranza che alla fine tutto finisca bene. O quasi.
Grazie a Roberto Angero, papà di un nostro piccolo paziente, che ci ha permesso di illustrarla e condividerla con voi.

A fine storia trovi la versione stampabile da scaricare.

 

Buona lettura!

 

Girelle di liquirizia

 

Simone sapeva andare in bici come nessun altro. In paese tutti i bambini si fermavano a guardarlo, specialmente quando in impennata superava le dieci pedalate consecutive. Li si che contavi!
Alzava quella BMX come se fosse un puledro domato e poi, una volta in piedi, piegava il manubrio, prima a destra e poi a sinistra. Riusciva pure a fare le curve in impennata, addirittura saliva sul marciapiede. I pomeriggi, dopo i compiti, lo aspettavamo al campetto perché era sempre l’ultimo e non si partiva senza di lui. Simone era quello con la bici più bella, ma non era bella perché nuova ma perché quella bici era di suo cugino, che aveva fatto la guerra delle bande. Così ci raccontava.

Simone ci aveva fatto vedere tutti i graffi delle scorribande, la cosa però che ci faceva rimanere a bocca aperta era quell’adesivo con su scritto Iron Maiden sulla canna. Simone ci aveva detto che ce l’avevano solo i capi delle bande quell’adesivo. Ci credevo, perché una volta lo vidi appiccicato sulla Vespa di un amico di mio fratello, me lo ricordo. Sicuramente anche lui doveva essere un capo, perché tutti gli altri avevano il Garelli senza adesivo. Una volta arrivati tutti al campetto potevamo partire. Simone in testa, Elisa che aveva la Graziella era la più carina del gruppo ma parlava solo con Simone, a volte anche con Sandrino però. Filippo, invece, cavalcava una Saltafoss rossa con il cambio e ricordo che ci faceva pisciare dal ridere perché sapeva imitare tutti i professori della scuola. Poi c’era Tommy, che portava sempre il pallone e lo teneva dentro una busta di plastica appesa al manubrio. Jessica invece aveva la bici di sua mamma con il cestino e, a malapena, arrivava ai pedali: me la ricordo meno carina di Elisa, indossava anche uno strano corsetto perché diceva di avere la schiena storta, però portava sempre delle buonissime caramelle. Sandrino invece era quello delle bici nuove, diceva che suo papà era ricco, ma non le faceva mai provare a nessuno. Solo una volta gliela fece provare a Elisa in cambio di un bacio sulla guancia. Mai più a nessun altro. Era geloso delle sue cose. Nel gruppo c’erano anche i “gemellini” Carlo e Marco: non si staccavano mai, avevano la bici uguale che guidavano tutti e due con una mano sola perché nell’altra tenevano il ghiacciolo che gli sgocciolava fino al gomito. Non erano però davvero fratelli, erano amici dai tempi dell’asilo ma si somigliavano tanto, forse per quanto stavano assieme. 

Infine c’ero io. Con la BMX, color oro. Sempre l’ultimo. 

Simone solitamente guidava il gruppo e noi tutti dietro, io più di tutti. Eravamo ordinati, in fila indiana, a parte Carlo e Marco che stavano uno a fianco dell’altro e, quando Simone decideva di andare più forte, tutti dovevamo accelerare ma mai superarlo. Facevamo il giro del paese. Somma all’epoca sembrava piccolissima, e ogni luogo era il nostro.

Passavamo davanti alla compagnia dei piccoli, dove Simone impennava facendoli rimanere sbalorditi, ma evitavamo di proposito le compagnie dei più grandi o dei paletti, perché avevamo paura. Cioè noi avevamo paura, mentre Simone invece diceva che se andavamo li con suo cugino questi scappavano. Il giro solitamente finiva alle mitiche montagnette di Via Paradiso: una vera e propria pista delle bici per bambini. Tutti ci fermavamo in cima alla discesa che conduceva al primo salto.

Noi in fila indiana, a parte Marco e Carlo, non si partiva finché non vedevamo Simone sparire tra i cespugli. Il secondo a partire era Filippo, che mentre scendeva a capofitto faceva l’imitazione del prof. di Mate, e tutti noi ridevamo a crepapelle. Che forza! Via via partivano poi tutti gli altri con una rincorsa come se non ci fosse un domani. Jessica ed io invece alla fine non scendevamo quasi mai perché avevamo paura di cadere. Cioè io avevo paura di cadere mentre Jessica non voleva rovinare la bici di sua mamma diceva, così aspettavamo gli altri insieme, mangiando le caramelle.

Dopo le montagnette, ci si spostava al campetto dove Tommy spacchettava il pallone, mentre Simone con Filippo facevano le squadre. Ovviamente mai equilibrate. Io finivo sempre con Marco, Carlo e Jessica. Loro non sapevano giocare e per giunta mi facevano stare in porta. Mi segnavano tantissimi gol e alla fine della partita Simone diceva che mi era andata bene, perché se ci fosse stato suo cugino ne avrei presi molti di più. E anch’io mi convincevo. La sera a quei tempi arrivava troppo in fretta, e così ci si doveva salutare. Sentivi già qualche mamma in lontananza chiamare. Soprattutto quella di Sandrino. Ma era Simone il primo ad andarsene ed Elisa subito dietro di lui.

Tommy reimbustava il pallone mentre Filippo imitava il prof di Religione quando si arrabbiava ed in falsetto gridava a tutti “ la volete capire che io non sono un Prete!!”. Erano le ultime risate della sera. Anche io dovevo rientrare, salutavo Jessica per prima che in cambio mi regalava una girella di liquirizia, e i due gemelli che nel frattempo si sfidavano a chi dei due faceva più pernacchie con le ascelle. 

 

Oggi, a 30 anni di distanza da allora, mi ritrovo a pensare, seduto su di una panchina vicino a quei luoghi ora spariti. Il ricordo di un tempo si mescola con il presente e riaffiora il pensiero di quando io ero sempre l’ultimo e Simone il figo della compagnia. Nessuno lo direbbe oggi vedendolo: lui quel ragazzo all’epoca biondo oggi brizzolato e stempiato, in sovrappeso, con un lavoro precario e perennemente alla ricerca di qualche “cugino” per riempire la sua vita piatta. Pensavo anche a tutti gli altri. Tipo a Marco e Carlo che tutt’ora, a distanza di anni, si cercano ogni giorno come il primo giorno di asilo. Un legame fraterno che non li abbandonerà mai.

Elisa, bellissima come un tempo, abituata a correre dietro ai mille fighi come lo era Simone, nella speranza vana di trovare in loro il principe azzurro. Oggi è divorziata per ben tre volte, ma si sta già attrezzando, con un altro imprenditore rampante. Nemmeno Tommy è cambiato: premuroso come un tempo al bene di tutti, una volta portava il pallone oggi offre la birra in compagnia. Specialmente quando siamo insieme anche a Filippo, che come allora tiene banco e, più beve birra, più le spara grosse facendoci piegare dal ridere.

Sandrino invece non lo vediamo più, da quando la ditta del papi è fallita, ha dovuto imparare a cavarsela da solo, ma ahimè non ci riesce così bene, ora gira con un furgone sgangherato e forse ha cambiato anche paese.
Infine ci sono io che ho sempre creduto di essere l’ultimo nella vita, ma in realtà ho sottovalutato il fatto di essere il più fortunato: primo ad avere ancora amici inseparabili. Poi perché Jessica, oggi mia moglie, con la schiena bella dritta, da anni è rimasta al mio fianco accompagnandomi e riempiendomi di amore come di caramelle. 

Inutile nasconderlo. 

Sono sempre stato pazzo di lei!

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