Notizie da Isico

Zaina, il nostro fisiatra, al suo primo libro

Dietro il medico, o meglio insieme al medico, lo scrittore. Fabio Zaina, fisiatra specialista del nostro Istituto con 120 articoli scientifici alle spalle, questa volta si è cimentato in qualcosa di completamente diverso, la scrittura. Il risultato è La bottega dei pensieri usati, una raccolta di 12 racconti appena pubblicata, edizione Gruppo Albatros Il Filo
La passione di creare storie, ispirate dalle suggestioni quotidiane, da una canzone a un'immagine, segue Zaina da anni in maniera del tutto naturale e spontanea. 
"Negli ultimi due anni ho dato regolarità alla mia produzione così da raccogliere 12 racconti che, pur diversi fra di loro, per contesto ed epoca storia, dalla preistoria di Similaun alla guerra in trincea di Matajur,  sono percorsi da un unico filo sottile - spiega Zaina - come fosse una di quelle sinfonie che partono con lievi note appena percepibili, per svilupparsi poi in un crescendo di tensione narrativa fino all’epilogo, che spesso racchiude la chiave di volta dell’intera vicenda".
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, ci troviamo catapultati, a fianco di una signora vestita di bianco dal passo leggero, in un futuro dove le parole sono scomparse. E con quelle i pensieri. Un futuro in cui, in qualche modo, anche noi ci guardiamo sorpresi e spaesati allo specchio, forse riconoscendoci. Tutto è ridotto a simboli semplicistici e semplificati che hanno tolto senso alle lettere. Ma quel giorno la signora cerca un regalo per la figlia quattordicenne, e ritrova la sua felicità in un foglietto ingiallito dal tempo. 
Grazie al dott. Zaina che ci ha permesso di condividere questo primo racconto che apre la raccolta con tutti voi!

 

 

La bottega dei pensieri usati

di Fabio Zaina

La stradetta era irregolare e ciottolosa. Da un lato antichi portici con gli archi ogivali e i soffitti a cassettoni davano ospitalità a lampadari in ferro battuto e vetro opaco appesi a dei catenacci. Tavolini apparecchiati condivano l’ambiente in fronte alle vecchie osterie. Dall’altro lato le case cadevano dritte sulla strada, con le facciate pulite e semplici. L’unico vezzo degli edifici erano le finiture delle finestre, incorniciate in marmo chiaro come occhi disegnati con l’eyeliner. Una signora camminava leggera sfiorando appena i ciottoli con le décolleté rosse tacco a spillo; indossava un tailleur bianco con la gonna fasciante appena sopra il ginocchio bordata di nero, una giacca che segnava bene il sottile punto vita e il cappellino a tuba stava sulle ventitré. Dalla veletta spuntavano due occhi azzurri intensi e puliti, di quelli che non sanno mentire. La bocca era fine, delicatamente delineata da un lucidalabbra, mentre il viso era acqua e sapone. In mano una clutch in morbida pelle nera. Percorse la stradetta per intero, seguendo la corrente dei ciottoli e gli spigoli e le irregolarità del profilo delle case. Giunse così laddove il mattone rosso di una chiesa spezza il ritmo del cammino imponendo una svolta ad angolo retto. Di fronte ai portici, laddove le case spiovevano sul selciato, due piccole vetrine facevano indovinare la presenza di un negozio. La signora entrò aprendo la porta con la stessa grazia che le permetteva di scivolare sui ciottoli. La penombra accoglieva il cliente come un abbraccio famigliare, sulle pareti stavano appese numerose cornici le quali facevano da altare a frasi e motti. Ve ne erano di 12 diverse forme, colori e dimensioni e tutte recavano al loro interno sentenze fatte e finite, aforismi e citazioni. La signora in bianco girò tra i motti e le cornici cercando di decifrare il senso delle parole. Non era abituata a leggere i testi, da tempo ormai la comunicazione era limitata allo scambio di emoji. La gente aveva progressivamente semplificato la comunicazione abbandonando quasi del tutto l’alfabeto. Era più rapido e semplice, per ogni situazione esisteva un’emoji: per salutare, per chiedere un panino, per comprare un’automobile, per invitare un ragazzo o una ragazza a uscire, per chiedere il permesso di andare in bagno mentre ci si trovava a scuola. Ma con le parole si erano persi i pensieri: non era più possibile ragionare e discutere, non era possibile l’astrazione.

Nessuno se ne rendeva conto, perché il passaggio era stato lento e graduale e nessuno sentiva nostalgia. Una donnina energica dai capelli argentati fece capolino dal fondo del negozio, sorrise con garbo offrendo i propri servigi, poi si mise dietro al bancone in attesa. La signora in bianco continuava l’ispezione da cornice a cornice, da frase la frase. Non ricordava di essere mai entrata in quella bottega nella quale era capitata quasi per caso. La vetrina l’aveva incuriosita: nessuna luce colorata, nessun video, nessuna proiezione 3D, nessuna musica, nessun logo, nessun emoji. Era una vetrina decisamente insolita e le aveva fatto scattare qualcosa dentro ed eccola lì. Era alla ricerca di un regalo perl a figlia che quel giorno compiva quattordici anni, una ricorrenza importante, e stava cercando un qualcosa di adatto. Aveva ispezionato a tappe forzate i negozi più ricercati della città, rovistando scaffale per scaffale tra maglioni, giacche, felpe, jeans, borsette, scarpe e stivali. Aveva rovistato anche le gioiellerie e persino i negozi di telefonia e si era avventurata in una agenzia che vendeva viaggi 3D per la realtà aumentata, ma niente l’aveva convinta fino in fondo. Poi era capitata al fondo della via dei ciottoli, un luogo nel quale non era solita avventurarsi, ed eccola lì a fissare quelle cornici che allineavano parole che faticava a decifrare. Non che ignorasse le lettere dell’alfabeto, e neppure che non fosse in grado di identificare le singole parole e leggerle. Il problema era piuttosto decifrare i concetti. L’abitudine al pensiero semplificato degli emoji aveva reso inutile lo sforzo di decifrare testi scritti e questa capacità si era progressivamente persa. La signora in bianco sentiva che in quella bottega avrebbe trovato qualcosa di importante. Si rivolse alla donnina dai capelli argentati per farsi aiutare a comprendere i pensieri scritti nelle cornici e a capire che cosa effettivamente vendesse. Questa le spiegò che ogni cornice conteneva un pensiero diverso e originale. Oltre a quelli esposti ne aveva molti altri raccolti dentro a degli schedari che teneva sotto il bancone, riposti dentro a dei cassetti tenuti in perfetto ordine e divisi per argomenti. Vi erano pensieri d’amore per fidanzati e amanti, pensieri sull’amicizia, sul senso della vita, su Dio, sul denaro, sullo sport, sul sesso, sull’amore per i figli e i genitori, sulla felicità, sulla tristezza, sulla banalità e sulla follia. Queste erano le categorie più rappresentate ma ve ne erano molte altre. In quella bottega riposavano più di duemila anni di pensieri, raccolti pazientemente e meticolosamente archiviati. La signora in bianco chiese di vedere quelli sull’amore per i figli. Erano contenuti in un faldone piuttosto grande, scritti in carattere Times New Roman. Ne sfogliò diversi, se li fece leggere e si fece spiegare il significato dei testi. Ogni pensiero che veniva letto le causava un formicolio nello stomaco e la faceva sentire la testa leggera. Poi poco per volta assimilava il significato ed era come se una parte di lei si risvegliasse da un lungo torpore. Cambiarono argomento, addentrandosi nei misteri dei pensieri sul senso della vita, scritti in stile Baskerville Old Face. L’effetto fu simile al precedente, ma per certi versi più intenso. Ascoltando la vecchina leggere i pensieri e poi spiegarglieli le accadeva di percepire il suo corpo staccarsi poco per volta dal pavimento e rimanere sospeso. Passarono ad altri argomenti, leggendo del denaro, del sesso, della gioia e della banalità, ognuno caratterizzato da uno stile diverso. Poi passarono a Dio, in stile Dante, alla tristezza in Arial Black, alla banalità in Comics Sans. Finirono con la felicità, in Book Antiqua, sulla quale si soffermarono a lungo. La signora in bianco era sempre più leggera. Aveva vissuto quel momento come una rivelazione, aveva riscoperto la profondità della propria anima e l’esistenza di un mondo metafisico, non meno reale di quello materiale o di quello digitale, nel quale l’anima poteva trovare rifugio. Era serena come non le accadeva da tempo, ma aveva la sensazione che qualcosa di molto importante le sfuggisse. Guardò negli occhi la vecchina, e le chiese di leggere il pensiero più bello sulla vita. La vecchina rispose che erano molti, ma che se proprio avesse voluto, le avrebbe trovato quello che per lei è il più speciale. Ci mise un po’ a trovarlo, era al fondo di uno schedario in cima a una mensola molto alta per raggiungere la quale dovette salire in piedi su una scaletta di legno. Lo tirò fuori. Non lo lesse, lo porse direttamente alla signora in bianco che faticosamente lesse e rilesse la carta un po’ ingiallita. Poi iniziò a pensare, a pensare da sola, a rielaborare quel testo e a comprenderlo e una pace improvvisa scese su di lei. Domandò chi l’avesse scritto, perché era completamente diverso da tutto il resto. La vecchina rispose che in effetti era diverso, perché quello era un pensiero usato. Era appartenuto ad una ragazzina, che un giorno glielo aveva regalato e le era stato molto utile, le aveva dato una profonda felicità. Le gote della signora in bianco si segnarono silenziosamente di lacrime. Finalmente ricordava tutto, quel luogo, la vecchina, un pomeriggio antico con la mamma, un pensiero speciale che le era venuto in mente improvviso e che aveva voluto regalare a una persona tanto gentile. Ora il tempo si era riavvolto, e quel pensiero aveva trovato compimento. Si sorrisero. Fece per pagare ma la vecchina scosse impercettibilmente la testa. Così, con il foglio ingiallito in mano, la signora in bianco uscì sul ciottolato ormai invisibile nella fitta nebbia che aveva avvolto ogni cosa. Chi la vedeva passare aveva l’impressione che lo spirito della pace stesse girando per la città, volando a mezz’aria, scivolando silenziosa sui ciottoli.